Il 1° punto richiede la differenza tra costo storico e fair value:
->
Il processo con il quale si attribuisce un valore ad un bene facente parte del patrimonio aziendale prende il nome di valutazione.
Esistono vari criteri di valutazione che possono essere applicati a beni diversi, ma spesso anche ad uno stesso bene a seconda del momento in cui avviene la valutazione, del luogo della stessa, dello scopo per il quale viene effettuata la valutazione.
Uno di questi criteri è quello del costo storico.
L’espressione costo storico è usata per indicare il costo sostenuto nel passato per l’acquisto di un bene.
Seppure l’applicazione di questo criterio potrebbe sembrare che non presenti particolari difficoltà, in quanto si tratta semplicemente di vedere quale prezzo è stato pagato per acquistare il bene, non sempre ciò è vero.
Il concetto di costo, infatti, non tiene conto solo del prezzo pagato, ma anche di altri oneri e spese che possono essere o meno compresi nel costo storico. Ad esempio: spese di trasporto, spese di carico e scarico, spese di posa in opera, ecc…
I beni ai quali maggiormente si applica il criterio del costo storico sono le immobilizzazioni materiali ed immateriali.
-> Il fair value invece è: «il corrispettivo al quale un’attività può essere scambiata, o una passività estinta, tra parti consapevoli e disponibili, in una transazione tra terzi indipendenti».
S’individuano, quindi, nel concetto gli elementi fondamentali del consenso e della consapevolezza delle parti, nonché quello della piena libertà della contrattazione, cioè la mancanza di vincoli che obblighino o forzino i soggetti a concludere l’operazione.
Tale nozione, di rilievo internazionale, funge da punto di partenza per una più approfondita analisi del concetto, la quale deve necessariamente passare dalla traduzione ed interpretazione del termine.
In merito possono riscontrarsi molteplici soluzioni, tutte degne di menzione. Il fair value è stato reso in termini di:
- “valore corretto”. Questa traduzione, implicando l’univocità del valore, contrasta con la determinazione stessa del fair value, che fa ricorso spesso ad una pluralità di criteri alternativi. Quindi appaiono inadeguate definizioni che si riferiscono a condizioni di certezza e correttezza, essendo il fair value concetto relativo;
- “valore coerente o congruo” (con i principi contabili e giuridici). Al contrario della precedente tale definizione è eccessivamente relativa, perché non indica concretamente l’indirizzo valutativo da adottare e quindi non è aderente alla natura convenzionale e normalizzatrice del criterio;
- “valore non fuorviante”. In questo caso si pone l’accento sulla funzione informativa del fair value, come principio in grado di offrire una migliore rappresentazione della situazione patrimoniale e della redditività aziendale, ma si coglie solo uno dei molteplici aspetti del problema, il quale peraltro è più un effetto dell’applicazione del principio, che un suo fattore di definizione;
- “valore neutrale o privo di distorsioni”. Qui ci si riconduce a condizioni di oggettività e neutralità, postulando una perfetta equidistanza dai diversi portatori d’interessi che ruotano attorno all’azienda (stakeholders), nonché l’estraneità da politiche di bilancio, per la manipolazione del risultato d’esercizio. Il concetto configura un valore medio, asettico, e di conseguenza incompatibile con l’orientamento prevalente della dottrina aziendalistica che sostiene comunque la soggettività e la relatività di qualsiasi configurazione e metrica del valore;
- “valore corrente o di mercato”. Valore di realizzazione desumibile da prezzi e quotazioni espressi su mercati attivi, stabili ed efficienti. In tale ipotesi possono sorgere difficoltà nel caso in cui non sia disponibile un mercato con le caratteristiche suddette e comunque si ottiene un’eccessiva volatilità ed instabilità del valore. E’ una visione parziale del concetto, il quale presenta innumerevoli sfaccettature che non si possono appiattire sul solo market value.
Volendo giungere ad una sintesi delle componenti su espresse, al fine di considerarne le diverse caratteristiche, potremmo definire il fair value come un criterio capace di esprimere il potenziale valore di un elemento patrimoniale, in maniera indipendente ed oggettiva, tenendo in considerazione sia le condizioni di mercato sia le specifiche peculiarità dell'elemento oggetto di valutazione.
Di conseguenza esso non si configura come un vero e proprio prezzo, ma come una grandezza monetaria che esprime un valore attorno al quale possono incontrarsi i consensi di due parti intenzionate allo scambio, e che, in quanto tale non risente di condizionamenti soggettivi, derivanti da caratterisctiche dei contraenti. Inoltre il fair value non s'identifica con il valore di mercato attuale ma incorpora tutti quei fattori che intervengono per rendere la transazione da potenziale ad effettiva: ulteriori costi da sostenere, probabili modifiche del prezzo al momento dello scambio, future dinamiche aziendali ecc.
Nonostante questo allontanamento dal prezzo di mercato, c’è da notare come il criterio trascuri ancora un aspetto fondamentale del valore di beni inseriti in complessi economici in funzionamento. I cespiti e le attività facenti parte di un’azienda cioè parte di quel complesso di beni organizzati per l’esercizio dell’attività d’impresa, avranno un valore diverso rispetto a quello di realizzo esterno, in quanto non destinati alla vendita, bensì ad essere utilizzati in processi produttivi ed in cicli economici di cui sono parte integrante. Da qui la necessità di quantificarli non al valore di scambio, seppur adattato, ma in base al contributo economico futuro, che questi potranno dare alla gestione aziendale, il quale dipende dalle sinergie con gli altri beni e dalle aspettative interne all’impresa che possono divergere da quelle del mercato. Ed infatti il fair value viene adottato non indiscriminatamente per tutti gli elementi patrimoniali ma solo per quelli (vedi, ad esempio, gli strumenti finanziari di trading) per i quali tale valore è più significativo del costo storico ammortizzato, in quanto si tratta di attività d'immediato realizzo e la cui utilità non viene modificata sostanzialmente, dall’utilizzo in una combinazione produttiva.
-> Redigere il rendiconto finanziario..bla bla bla.. (in svolgimento)
-> TEORIA + PRATICA:
Secondo le disposizioni civilistiche il bilancio è formato dallo Stato patrimoniale, dal
Conto economico e dalla Nota integrativa. La Nota integrativa (art. 2427 c.c.) è quindi
parte integrante del bilancio e fornisce informazioni di natura patrimoniale, finanziaria
ed economica relative ai dati sintetici presentati nello Stato patrimoniale e nel
Conto economico. La sua funzione è quella di rendere più chiara, significativa e facile
la lettura del bilancio, integrando, motivando e completando le informazioni numeriche
iscritte nei due prospetti citati.
Il contenuto, obbligatorio, si articola in più punti:
• punto 1: principi e criteri di valutazione adottati
• dal punto 2 al punto 9: informazioni, dettagli e motivazioni relativi a voci dello Stato
patrimoniale
• dal punto 10 al punto 14: informazioni, dettagli e motivazioni relativi a voci del
Conto economico
• dal punto 15 al punto 22: informazioni di carattere generale (numero medio dei
dipendenti, compensi ad amministratori e sindaci, capitale sociale, titoli e altri strumenti
finanziari emessi dalla società, finanziamenti che vengono effettuati dai soci
alla società ecc.).
La Relazione sulla gestione (art. 2428 c.c.) è, invece, un documento che accompagna
il bilancio, completandolo con notizie sulla situazione della società e sull’andamento
della gestione.
Le informazioni date sono:
• informazioni di carattere generale (comma 1): descrizione dei tratti salienti della
gestione (ambiente in cui l’azienda opera, mercati, concorrenza, vincoli, mercati di
approvvigionamento, distribuzione ecc.) e dei settori in cui l’azienda ha operato,
anche attraverso controllate, con particolare riferimento a costi, ricavi e investimenti
collegati alla gestione passata, ma anche tratteggiati in prospettiva, nei programmi
aziendali;
• informazioni di carattere particolare (comma 2): attività di ricerca e sviluppo, rapporti
con le imprese del gruppo ecc.
La Relazione sulla gestione ha quindi un contenuto prevalentemente descrittivo e la
scelta del legislatore di collocare le informazioni sui rapporti infragruppo nella
Relazione è giustificata dal fatto che tali notizie hanno maggiore attinenza con le scelte
gestionali che con l’illustrazione del bilancio.
Pertanto:
• nella Nota integrativa si espongono i valori delle operazioni infragruppo;
• nella Relazione sulla gestione si descrive la natura dei rapporti (gestionali, finanziari,
operativi, contrattuali) intrattenuti con le consociate nell’esercizio e quelli programmati
per l’esercizio successivo.
Le informazioni contenute nella Nota integrativa dovrebbero essere corredate dal
Rendiconto finanziario, che, pur non essendo esplicitamente previsto dal legislatore
civilistico, è stato raccomandato dal CNDC. Infatti le variazioni nella consistenza delle
poste dell’attivo e del passivo (richieste dalla Nota integrativa) costituiscono la base per
la redazione del Rendiconto finanziario che, elaborando i dati derivanti da due Stati
patrimoniali consecutivi e dal Conto economico, riassume:
- l’attività del finanziamento;
- le variazioni delle risorse finanziarie determinate dall’attività produttiva di reddito;
- l’attività di investimento;
- le variazioni nella situazione patrimoniale e finanziaria;
- le correlazioni tra le fonti ottenute e gli investimenti effettuati;
in modo da far comprendere la reale dinamica finanziaria dell’esercizio
-> Sfuttando il ROI ( rapporto tra reddito operativo e totale degli impieghi), possiamo calcolare il reddito operativo che per semplicità facciamo coincidere con la differenza tra valore e costi della produzione.
ROI = reddito operativo/ tot.impieghi= 14% ROI = x/12320000= 14% X = 1724800 il reddito operativo è quindi uguale a 1724800 Conoscendo il ROE ( rapporto tra utile netto e capitale proprio), possiamo calcolare l'utile netto.
Ora dobbiamo trovare il CApitale proprio:
Quindi : Capitale Proprio = Totale Impieghi / leverage = 12320000/2.2= 5600000
X trovare l'utile netto dobbiamo fare: capitale proprio X ROE = 5600000 X 14%= 784000
Uguale cosa x i dati in tabella riguardanti il periodo 2006.
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ROI = reddito operativo/ tot.impieghi= 12% ROI = x/11000000= 12% X = 1320000 il reddito operativo è quindi uguale a 1320000 Conoscendo il ROE ( rapporto tra utile netto e capitale proprio), possiamo calcolare l'utile netto.
Ora dobbiamo trovare il CApitale proprio:
Quindi : Capitale Proprio = Totale Impieghi / leverage = 11000000/2= 5500000
X trovare l'utile netto dobbiamo fare: capitale proprio X ROE = 5500000 X 12%= 660000
Attività Passività
A) crediti v. soci 0 0 A) Patrimonio Netto 6.384.000 6.160.000
cool smiley Immobilizazzioni 8.220.000 7.700.000 -Capitale Sociale 4.700.000 4.600.000
-mat 7.900.000 7.370.000 -Riserve 900.000 900.000
-imm 300.000 310.000 -Utile d'esercizio 784.000 660.000
-fin 20.000 20.000 cool smiley Fondi per rischi e oneri 6.000 40.000
C) Attivo Circolante 4.050.000 3.260.000 C) T.F.R. 100.000 80.000
-rimanenze 2.800.000 2.600.000 D) Debiti 5.800.000 4.700.000
-crediti 950.000 560.000 E) RATEI E RISCONTI 30.000 20.000
-disponibilità liquide 300.000 100.000
D) RATEI E RISCONTI 50000 40000
12320000 11000000 12.320.000 11000000
CONTO ECONOMICO
2007 2006
A) VALORE DELLA PRODUZIONE 68.000.000 60.000.000
cool smiley COSTI DELLA PRODUZIONE 66.521.600 58.900.000
…..acquisti materie prime
…..salari e stipendi
…..costi del personale
…..ammortamenti
DIFFERENZA TRA A - B = reddito operativo _______ 1.478.400 1.100.000
C) PROVENTI E ONERI FINANZIARI -154.400 -15.000
D) RETTIFICHE DI VALORE DI ATT. FIN. 0 0
E) PROVENTI E ONERI STRAORDINARI 0 0
Risultato prima delle imposte ___________ - 1.324.000 1.115.000
Imposte sul redditod'esercizio ___________ = 540.000 455.000
UTILE (o perdita) d'esercizio _________ 784.000 660.000
TERZA PARTE:
Margine di interesse
Indica la percentuale di ricavi derivante
dall.attività creditizia tradizionale e permette
di capire in che misura la banca è esposta
all.andamento dello spread d.interesse e dei
volumi d.intermediazione. Più l.indice è alto e
più i ricavi dipendono dall.attività
tradizionale.
Commissioni nette
Le commissioni nette sono la differenza tra
commissioni attive e commissioni passive.
Margine di intermediazione
Il margine di intermediazione rappresenta i ricavi
netti di un intermediario finanziario, come somma
del margine di interesse lordo e del margine
finanziario e di servizi.
Risultato netto di gestione
Il risultato netto di gestione è la differenza
fra il risultato lordo di gestione e le rettifiche
nette di valore su crediti e su accantonamenti ai
fondi rischi su crediti.
ECCOVI IL PROSPETTO DEL BILANCIO!!